Lo Yoga Del Saggio Kapila

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

verso 7 devahutir uvaca

nirvinna nitaram bhumann, asad-indriya-tarsanat

yena sambhavyamanena, pra pannandham tamah prabho

Devahuti disse: Sono stanca di essere continuamente tormentata dai sensi materiali, perché a causa di questa febbre, mio Signore, sono sprofondata nell’abisso dell’ignoranza.

Le parole asad-indriya-tarshanat sono significative. Asatè il “temporaneo”, indriya sono i “sensi” e tarshanat indica uno stato di agitazione. Asad-mdriya-tarshanat significa perciò “essere turbati dai sensi materiali temporanei”. Noi ci evolviamo attraverso differenti condizioni di vita, talvolta in un corpo umano e talvolta in un corpo animale, quindi anche le attività dei nostri sensi cambiano.

Tutto ciò che si trasforma è definito temporaneo, asat. t tuttavia essenziale capire che oltre ai sensi temporanei abbiamo dei sensi eterni, che al momento sono coperti e influenzati dalla materia, pertanto incapaci di agire nel modo giusto.

La pratica del servizio devozionale mira a liberare i sensi da ogni impurità, affinché possano agire nella perfetta coscienza di Krishna. Questo traguardo si chiama sad­ indriya, piano operativo dei sensi eterni, o puro servizio devozionale.

Le attività sensoriali temporanee costituiscono invece la gratificazione dei sensi, e se non siamo stanchi di questa forma di godimento, non coglieremo l’opportunità di ascoltare il messaggio trascendentale da una persona come Kapila. Devahuti esprime qui tutta la sua stanchezza e ora che il marito ha lasciato la casa desidera trovare sollievo nell’ascolto degli insegnamenti di Kapila.

I Testi vedici descrivono il mondo materiale come un luogo di tenebre. In effetti, possiamo constatare che è buio e per illuminarlo occorrono la luce del sole, della luna e dell’elettricità. Se non fosse buio, che bisogno avremmo della luce artificiale?

I Veda invitano a non restare nelle tenebre, ma ad andare verso la luce, e questa luce è il mondo spirituale, illuminato direttamente dalla radiosità che emana dal corpo di Krishna. Nella Brahma-samhita (5.40) si legge: “Adoro Govinda, il Signore primordiale, la cui radiosità è la sorgente del Brahman impersonale non-differenziato descritto nelle Upanishad. Distinta dalle maestose opulenze dell’universo materiale, questa radiosità è percepita come il principio indivisibile, illimitato e inesauribile della Verità.”

Gli animali non sanno di vivere nell’oscurità, ma gli esseri umani hanno la facoltà di rendersene conto. Come Devahuti, ogni persona intelligente dovrebbe provare disgusto per le tenebre dell’ignoranza. La Bhagavad-gita (2.20) spiega: “Per l’anima non c’è nascita né morte.” L’anima non muore quando il corpo muore, ma prende corpi e li lascia come s’indossano e si tolgono i vestiti.

Questa semplice conoscenza viene esposta all’inizio della Bhagavad-gita, eppure molti grandi studiosi e leader ancora non capiscono che il corpo è diverso da chi lo abita. Ciò è dovuto al fatto che non si avvicinano alla Gita con l’attitudine giusta, quindi nessuno di loro è pienamente consapevole o convinto che il sé non è il corpo. Questa è la buia ignoranza, e quando ne siamo stanchi comincia la nostra vita umana.

Chi è giunto a provare disgusto per l’esistenza materiale sente la necessità di ricevere le istruzioni di un guru. Essendo la moglie di un grande yogi, Devahuti capiva la propria natura costituzionale e sottopose il suo problema a Kapiladeva, un avatara di Dio. Benché Egli fosse suo figlio, non esitò ad accettare le Sue istruzioni, e non pensò: “È mio figlio, cosa può insegnarmi? Sono Sua madre, quindi dovrei essere io a insegnargli qualcosa.” Le istruzioni vanno ricevute da una persona di conoscenza, qualunque sia la sua posizione -figlio, ragazzo, sudra, brahmana, sannyasi o grihastha. Bisogna solo imparare da chi sa.

Chiunque sia qualificato nella coscienza di Krishna può diventare guru, a prescindere dalla famiglia o dall’identità materiale, a patto che conosca bene l’argomento. Quando consultiamo un ingegnere, un medico o un avvocato, non indaghiamo sulle sue origini, perché ciò che conta è la sua capacità di aiutarci nel particolare campo di competenza. Così, chiunque sia esperto nella scienza di Krishna può essere un guru. Devahuti era pronta ad ascoltare gli insegnamenti del figlio perché Lui conosceva questa scienza. L’importante non è dunque la nascita ma la qualifica.

Sri Chaitanya voleva che tutti conoscessero la scienza di Krishna e la diffondessero. È molto semplice: non dobbiamo far altro che ripetere ciò che Krishna ha detto o quanto le Scritture vediche dicono di Lui. L’umanità non può essere felice senza la coscienza di Krishna. Dio è il beneficiario supremo e noi siamo i Suoi servitori; è quindi nostro compito pensare al Suo piacere.

Srimati Radharani, la più amata da Krishna, è colei che Gli offre il servizio migliore e Lo rende sempre felice con le sue sessantaquattro arti, di cui parlano le Scritture vediche. Noi ci affanniamo a cercare di godere sul piano fisico, ma nella Bhagavad­ gita (3.42) si legge: “I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, superiore ai sensi è la mente e superiore alla mente è l’intelligenza, ma ancor più elevata è l’anima.”

L’anima è situata sul piano spirituale, ma a noi interessa godere materialmente, perciò restiamo legati dalle leggi della natura. Nello Srimad-Bhagavatam (5.5.4) si afferma: “Quando una persona considera il godimento dei sensi lo scopo della vita, impazzisce per il materialismo e commette ogni sorta di peccati. Non si rende conto che a causa dei suoi errori passati ha ottenuto un corpo materiale, che seppur temporaneo è fonte di sofferenze. In realtà, non avrebbe mai dovuto prendere un corpo, ma lo ha ricevuto per appagare i propri desideri. La persona intelligente non dovrebbe continuare a impelagarsi in attività destinate al piacere dei sensi, che la costringono a prendere un corpo dopo l’altro.

Le creature di questo mondo sono sempre alla ricerca del piacere. Per la strada i cani si rincorrono per accoppiarsi, e benché ciò possa sembrare triviale, gli uomini fanno esattamente la stessa cosa, se pur in modo più sofisticato. essenziale comprendere che godere dei sensi è tipico degli animali, mentre controllarli è una prerogativa degli esseri umani. Grazie all’austerità (tapasya) possiamo purificarci e ritrovare la nostra vita eterna.

I sensi materiali non sono i nostri veri sensi, che ora sono coperti come il corpo è coperto dai vestiti. Il nostro vero corpo, fatto di energia spirituale, è all’interno del corpo materiale, che cambia passando dall’infanzia alla giovinezza, dall’età adulta alla vecchiaia e infine svanisce. Benché non sia il nostro vero corpo, lo usiamo per godere, ma se vogliamo la felicità definitiva dobbiamo seguire un percorso di purificazione.

Non si tratta di annientare i sensi o eliminare i desideri, cosa del resto impossibile, occorre invece purificare il desiderio impegnandoci in attività spirituali. Il bhakti-yoga non ci chiede di mortificare i sensi, ma solo di purificarli. Nel N arada-pancharatra leggiamo: “La bhakti, il servizio devozionale, è l’impiego dei sensi al servizio del Signore, il loro legittimo proprietario. Tale servizio ha due effetti collaterali: la libertà dalle designazioni materiali e la purificazione in virtù dell’impegno stesso nel servizio.

Con i nostri sensi possiamo servire Hrisikesha, il maestro dei sensi. Come la mano è una parte del corpo, noi siamo parti del corpo trascendentale di Krishna, e lo sono anche i nostri sensi. Purificarli significa dunque agire secondo la nostra eterna posizione di servizio al Supremo.

Quando invece dimentichiamo la nostra vera natura, cerchiamo di soddisfare noi stessi e restiamo intrappolati nella materia. Trascurando il nostro dovere di servire Krishna, cadiamo quaggiù e sprofondiamo nella ricerca del piacere, e finché questa ricerca continua dovremo accettare un corpo dopo l’altro.

Krishna è così accondiscendente che se desideriamo diventare tigri, ci darà un corpo di tigre, e se vogliamo diventare devoti, ci darà un corpo adatto a questo scopo. Poiché la vita presente serve a preparare quella futura, se vogliamo godere coi nostri sensi trascendentali, dobbiamo purificarci e tornare a Dio, nella nostra dimora originale. A tal fine Devahuti si sottomise a suo figlio, come un discepolo si sottomette al proprio maestro.

verso 8 tasya tvam tamaso ‘ndhasya, duparasyad ya paragam sac-cak urjanmanam ante, labdham me tvad-anugrahat

Tua Grazia è per me l’unica possibilità di uscire da questa buia ignoranza. Sei il mio occhio spirituale, ottenuto per la Tua misericordia dopo innumerevoli vite.

Questo verso è particolarmente istruttivo, perché indica la relazione che unisce il discepolo al maestro spirituale. L’anima condizionata, il discepolo, è immersa nelle tenebre dell’ignoranza ed è quindi schiava del piacere dei sensi nell’ambito dell’esistenza materiale.

Sciogliere queste catene e riguadagnare la libertà è molto difficile, ma se si ha la fortuna d’incontrare un guru come Kapila Muni o il Suo rappresentante, allora si può uscire dalla palude materiale. Il guru è quindi onorato come colui che libera il discepolo dalle tenebre dell’ignoranza con la torcia luminosa della conoscenza. Significativo a questo riguardo è il termine paragam, che si riferisce a chi può traghettare il discepolo “sull’altra sponda”.

Da un lato c’è la sponda della vita condizionata e dall’altro quella della libertà, dove il maestro porta il discepolo aprendo i suoi occhi con la conoscenza. Le nostre sofferenze sono dovute alle tenebre dell’ignoranza, che le istruzioni del guru hanno l’effetto di dissolvere, consentendo al discepolo di raggiungere la sponda della libertà.

La Bhagavad-gita spiega che solo dopo innumerevoli vite ci si arrende alla Persona Suprema. In modo analogo, se dopo innumerevoli vite incontriamo un maestro spirituale autentico e ci sottomettiamo a questo rappresentante autorizzato di Krishna,possiamo approdare alla sponda della luce.

Il maestro spirituale autentico è il vero vedantista, perché conosce realmente i Veda e il Vedanta, il fine dei Veda, e comprende Krishna, Dio, la Persona Suprema. Esistono varie forme di conoscenza, e di solito alla gente interessa il sapere ordinario, perché può dare un beneficio economico, ma si tratta solo dell’arte d1 guadagnarsi da vivere (silpa-jnana) e non di vera conoscenza. La vera conoscenza è nei Veda e consiste nel capire chi siamo, chi è Dio, qual è la nostra relazione con Lui e quale il nostro dovere.

Jnanavan è la persona in cerca della conoscenza, che inizia quando ci s’interroga sul Brahman.Conoscenza significa inoltre consapevolezza delle tre forme di sofferenza inerenti al mondo materiale: adhyatmika, adhibhautika eadhidaivika. Soffriamo a causa di altri esseri viventi (adhibhautika), delle catastrofi naturali (adhidaivika), e dei mali che colpiscono il nostro corpo e la nostra mente (adhyatmika).

L’anima è distinta dal corpo e dalla mente, ma subisce il condizionamento della materia. Non abbiamo alcun controllo sulle tre forme di sofferenza, che sono amministrate dalla natura materiale, una delle energie al servizio di Krishna. La natura (prakrit1) dipende da Krishna, ma è così potente da plasmare la creazione. Le persone colte e intell1gent1 s1affidano quindi alla misericordia divina per trovare sollievo dalle triplici sofferenze della vita materiale.

Sebbene questo mondo non sia altro che tenebre, tutti sono molto orgogliosi dei loro occhi e chiedono in tono di sfida: “Potete mostrarmi Dio?” La nostra risposta è: “Avete gli occhi per vederlo?” Perché porre così tanta enfasi sulla vista? Dio può certamente essere visto, afferma la Brahma-samhita (5.38): “Govinda (Krishna] è sempre visibile al devoto che ha gli occhi unti col balsamo dell’amore.”

Se siamo innamorati di Dio, l’unguento dell’amore purificherà la nostra visione. Non basta voler vedere il Signore, dobbiamo liberare gli occhi dalla cataratta della contaminazione materiale, altrimenti non solo resteremo incapaci di vederlo, ma non potremo nemmeno comprenderlo pur conoscendo il Suo nome. Comprendere Dio significa innanzitutto capire il Suo nome.

S’inizia perciò cantando il maha-mantra Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama Hare Rama, Rama Rama Hare Hare.

Krishna non è diverso dal Suo nome; il nome e il nominato, Krishna, non differiscono l’uno dall’altro, ed è questo il significato del termine “assoluto”. Dio è presente nel Suo nome, nella Sua forma, nei Suoi divertimenti e in tutto ciò che gravita intorno alla Sua persona, ma se non Lo amiamo, non riusciremo a vederlo.

Sanatana Gosvami era così dotto da essere chiamato pandita, un titolo che si attribuisce ai brahmana eruditi, ma quando awicinò Chaitanya Mahaprabhu disse: “La gente del villaggio mi chiama pandit e ciò mi rende infelice.”

Allora Mahaprabhu gli chiese la ragione della sua insoddisfazione, e lui rispose: “Sono un pandit così mediocre che non conosco neanche lo scopo della vita. Non so qual è il mio vero bene, sono semplicemente in balia del piacere dei sensi.” Fu in questo spirito che Sanatana avvicinò Sri Chaitanya.

Non andò da Lui per chiedere denaro o medicinali, ma per conoscere il suo vero interesse. Questa è la motivazione con cui si deve avvicinare un maestro spirituale. Devahuti si rivolse a Kapiladeva nello stesso modo: “Sei sceso quaggiù nelle vesti di mio figlio, ma in realtà sei il mio guru, perché puoi insegnarmi come attraversare l’oceano dell’ignoranza rappresentato dall’esistenza materiale.”

Chi avverte la necessità di superare quest’oceano tenebroso, e conoscere quella parte della creazione situata oltre le tenebre, ha bisogno di un maestro spirituale, il cui compito non è certo distribuire denaro o medicine. Le Upanishad descrivono un mondo (paravyoma) al di là della materia, e Krishna ne parla nella Bhagavad-gita (15.6): “Questa Mia dimora suprema non è illuminata dal sole o dalla luna, dal fuoco o dall’elettricità, e coloro che la raggiungono non tornano più in questo mondo.

Non è possibile per noi raggiungere il pa ravyoma con mezzi materiali. È impensabile penetrare le coperture universali senza comprendere Krishna, ma Lui stesso c’illumina scendendo tra noi per parlarci di Sé attraverso gli insegnamenti della Bhagavad-gita o inviandoci il Suo rappresentante. Noi però siamo tanto sciocchi che non ne approfittiamo, non beneficiamo della presenza del Suo puro devoto, il quale non vede l’ora di trasmetterci questa conoscenza a prezzo di qualsiasi sacrificio. Nella Chaitanya-charitamrita (Madhya 19.151) il Signore afferma:

Condizionato dall’illusione e intrappolato dall’energia esterna, l’essere individuale va su e giù nel mondo materiale, ma se per sua fortuna incontra un rappresentante autentico di Dio e trae vantaggio dalla sua presenza, riceve il seme della devozione.” Solo una persona estremamente fortunata riceve questo seme.Coloro che coltivano la bhakti nel Movimento Internazionale per la Coscienza di Krishna sono dungue le persone più fortunate al mondo.

Otteniamo il seme della devozione (bhakti-lata-bijì grazie alla misericordia di Krishna, ma è liberandoci dalle reazioni del peccato che possiamo capire la bhakti e Bhagavan. Dobbiamo quindi agire in modo virtuoso rinunciando al sesso illecito, alle sostanze inebrianti, al consumo di carne e al gioco d’azzardo, perché solo vivendo nella virtù capiremo Dio. La missione del Movimento per la coscienza di Krishna è educare le persone affinché la loro vita sia coronata dal successo.

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

verso 9 ya adyo bhagavan pumsam, Isvaro vai bhavan kila lokasya tamasandhasya, cakuty sùrya ivoditah

Tu sei Dio, la Persona Suprema, l’Origine e il Signore di tutti gli esseri. Sei apparso come il sole, e hai diffuso i Tuoi raggi per dissipare le tenebre dell’ignoranza che avvolgono l’universo intero.

Kapila Munì è riconosciuto qui come una manifestazione di Dio (avatara). Il termine adya significa “origine di tutti gli esseri” e pumsam 1shvarah indica “il Signore di tutti gli esseri”. Kapila è un’espansione diretta di Knshna, e Krishna è il sole della conoscenza spirituale che dissolve le tenebre di maya, come il sole dissipa letenebre dell’universo.

I nostri occhi sarebbero inutilise non ci fosse la luce del sole; così, senza la luce del Signore, o senza la divina grazia del maestro spirituale, non possiamo vedere le cose nella loro realtà.

Nel verso Devahuti si rivolge a suo figlio chiamandolo Bhagavan, “Persona Suprema”. Basta un minimo d1 buon senso per capire che un’organizzazione richiede un organizzatore, ma i filosofi poco riflessivi dicono che l’universo si è manifestato in modo casuale, che al principio esisteva solo un ammasso di materia da cui ha avuto origine il cosmo. Ma da dove è scaturito quest’ammasso?

La verità è che dietro ad ogni organizzazione c1 dev’essere un cervello, un coordinatore, e i Veda lo descrivono con le parole nityo nityanam cetanas cetananam: il Signore è eterno e lo siamo anche noi, ma Lui è uno e noi siamo tanti. Dio è onnipresente e infinito, mentre noi siamo molto piccoli e limitati. Anche sul nostro pianeta le persone non sono tutte uguali, una è più intelligente, più bella o più ricca di un’altra.

Proseguendo in quest’analisi, giungiamo alle personalità celesti e scopriamo la più importante, Brahma, che nonostante sia la prima creatura dell’universo, non è l’essere più intelligente. Ha infatti ricevuto la conoscenza da Dio, la Persona Suprema.

Da recenti sondaggi risulta che la fede in un Dio personale sta diminuendo, e ciò dimostra che l’umanità sta perdendo progressivamente l’intelligenza. Questo fenomeno è naturale nel Kali-yuga, perché con l’avanzare di quest’era l’intelletto, la memoria, la forza fisica e la misericordia si riducono sempre più.

Col decrescere delle buone qualità diminuisce anche la coscienza di Dio, quindi non siamo affatto sorpresi nel sentire che la fede in un Dio personale si sta affievolendo. Oggigiorno molte persone non sanno neanche cosa significhi la parola Dio, quindi parlare di sottomissione a Dio non ha senso.

Capita anche d’incontrare filosofi e accademici plurilaureati, il cui sapere resta tuttavia superficiale perché offuscato dall’illusione (maya). Alcuni sono asura, perché hanno una mentalità demoniaca e sfidano apertamente Dio dicendo: “lo sono Dio, voi siete Dio. Perché cercare Dio altrove?

Ne troverete già molti per la strada, prendetevi cura di loro.” Non c’è dunque da meravigliarsi se i giornali scrivono che la fede in un Dio personale diminuisce. Nondimeno, Dio è sempre e comunque una persona. Brahma stesso Lo glorifica dicendo: govindam adi-purusam tam aham bhajami, “Adoro Govinda (Krishna). il Signore primordiale.”

Krishna è adi-purusam, non ha origine. Leggiamo che nacque da Vasudeva, ma ciò significa soltanto che ricambiò il suo sentimento paterno. Egli è legato ai Suoi devoti da svariate relazioni dette rasa, di cui le principali sono santa, dasya, sakhya, vatsalya e madhurya. Tutti abbiamo una relazione con Krishna, ma ora è assopita e risvegliarla è senz’altro nel nostro interesse.

Il semplice apprezzamento per Lui si chiama santa-rasa, e man mano che cresce sfocia nel desiderio di offrirGli un servizio attivo. Nasce allora il dasya-rasa. Con l’intensificarsi dell’intimità si diventa amici di Krishna in una relazione definita sakhya-rasa, e avanzando ulteriormente Lo si vuole servire in qualità di genitori. Questo è il vatsalya-rasa. Essere padre o madre significa infatti servire i propri figli.

La concezione cristiana di Dio come il Padre Supremo non è la più elevata, perché se Lo vediamo in questa veste Gli chiederemo sempre qualcosa. Tutti vogliono qualcosa dal padre: “Papà, dammi questo, dammi quello.” Accettare Dio come il proprio figlio significa invece servirlo. Questa è la filosofia vaishnava. Yasodamayi, per esempio, è una madre per Krishna, quindi è sempre molto premurosa e protettiva.

Krishna protegge l’universo intero, ma Yasoda Lo protegge come un figlio. Non è consapevole che Egli è il Supremo, se lo fosse il suo sentimento materno verrebbe meno*. Neppure gli amici di Krishna, i pastorelli (gopa) che giocano con Lui, Lo considerano Dio, e le Sue amiche, le gopi, giungono perfino a rimproverarlo.

Se un devoto può avere con Dio una relazione tanto elevata, perché dovrebbe volersi fondere in Lui? Meglio essere Suo padre, amico o amante, e avere addirittura un ruolo Maya è l’illusione materiale che ci allontana da Knshna facendoci dimenticare la Sua esistenza, e yoga-maya è l’illusione spirituale, che ci avvicina a lui facendoci dimenticare la Sua posizione di superiorità.

Se desideriamo separarci da Krishna veniamo coperti da maya; se invece desideriamo servirlo intimamente veniamo coperti da yoga-maya. Nel caso specifico Yasoda è coperta da yoga-maya, perché se ricordasse che Krishna è Dio, il suo amore materno per lui sarebbe frenato da sentimenti di soggezione e riverenza, e non potrebbe fluire naturale e spontaneo. di super bontà nei Suoi confronti. Questa è la via del servizio devozionale o bhakti­ marga. lì devoto non vuole uguagliare Dio o annullarsi in Lui, vuole solo servirlo.

Per capire la Verità Assoluta dobbiamo comprendere il significato di Bhagavan. Devahuti non era una donna ordinaria, ma una persona elevata che aveva imparato molto da suo marito, Kardama Muni, un grande yogì. Per questa ragione meritò di avere un figlio come Kapiladeva. Tutti devono sapere chi è Bhagavan e prendere lezioni da Lui.

Sri Kapila è Bhagavan e insegna personalmente a Sua madre la filosofia del sankhya. Grazie a questa conoscenza anche noi risveglieremo il nostro latente amore per Dio, e quando i nostri occhi saranno unti col balsamo dell’amore, potremo vederlo sempre e dovunque.

Coloro che sono simili ad asini, cioè imudha, iduskriti, non possono vederlo, ma le persone intelligenti Lo vedono dappertutto perché è onnipresente. Risiede nell’universo, nel nostro cuore e perfino nell’atomo. Nella Bhagavad-gita (7.8) Egli afferma: “Sono il sapore dell’acqua e la luce del sole.”

C’è forse qualcuno che non ha mai assaporato l’acqua o visto isole? Allora perché dire “non ho mai visto Dio”? Inizialmente dobbiamo sforzarci di vederlo, ma poi diventerà facile come imparare l’abc. E quando Lo vedremo dappertutto, vedremo anche la Sua persona e capiremo.

Bhagavan è l’ishvara, Colui che ha il controllo supremo. Nessuno di noi può affermare di essere indipendente, perché tutti siamo controllati dalle influenze della natura. Credere di essere indipendenti è stupidità, cecità dovuta alle tenebre dell’ignoranza. Chi vive in queste tenebre dice: “Dio non esiste. Non Lo vedo.” Allora Dio scende, svela la Sua identità di Krishna o di Kapiladeva e ci lascia le Sue istruzioni, contenute sia nella Bhagavad-gita sia nell’insegnamento trasmesso a Devahuti. Se le seguiamo, la nostra vita avrà successo.

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

verso 10 atha me deva sammoham, apakratum tvam arhasi

yo ‘vagraho ‘ham mametity, etasmin yojitas tvaya

Ora ti prego, Signore, dissolvi la mia grande illusione. A causa del falso ego, sono stata catturata dalla Tua energia illusoria [maya) e mi sono identificata con il corpo e le relazioni basate sul corpo.

Maya è l’identificazione dell’anima col corpo per effetto del falso ego e la sensazione di possedere tutto ciò che è collegato al corpo. Nella Bhagavad-gita (15.15) Krishna dichiara: “Sono situato nel cuore di ogni essere e da Me vengono il ricordo e l’oblìo.” Devahuti afferma che anche l’identificazione col corpo e l’attaccamento ai beni relativi al corpo sono soggetti al controllo di Krishna.

Ciò significa forse che Egli discrimina impegnando qualcuno nel Suo servizio devozionale e qualcun altro nella gratificazione dei sensi? Se così fosse, il Supremo peccherebbe d’incoerenza, ma ciò non corrisponde alla realtà.

Appena l’essere individuale dimentica la propria natura costituzionale di eterno servitore di Dio e cerca la felicità nel piacere dei sensi, è catturato da maya. Tale incatenamento lo porta a identifica rsi erroneamente col corpo e ad attaccarsi ai beni relativi al corpo. Questo è l’influsso di maya, ma poiché maya è un agente del Signore, il suo influsso proviene indirettamente da Lui.

Dio è così misericordioso che se una persona vuole dimenticarlo per godere nel mondo materiale, le dà ogni facilitazione, non direttamente, ma attraverso la potenza esterna. Essendo però quest’ultima una Sua energia, è Lui stesso che permette all’anima condizionata di dimenticarlo. Devahuti disse perciò: “Anche il mio coinvolgimento nel piacere dei sensi era dovuto a Te, ma ora Ti prego di liberami da questa prigionìa.”

Noi godiamo del mondo per grazia divina, ma se sviluppiamo disgusto per il godimento materiale e sotto la spinta della frustrazione ci abbandoniamo sinceramente a Krishna, Egli è pronto a liberarci da questa prigionìa, come Lui stesso promette nella Bhagavad-gita: “Abbandonati a Me e ti proteggerò liberandoti dalle conseguenze dei tuoi peccati.”

Le attività colpevoli sono quelle che compiamo nell’oblìo della nostra relazione con Krishna. In questo mondo anche le azioni considerate virtuose sono colpevoli se mirano al piacere dei sensi.

Per esempio, chi fa la carità con la prospettiva di una futura ricompensa compie un atto influenzato dalla passione. Quaggiù ogni attività subisce i tre influssi della natura; l’unica ad esserne esente è l’azione offerta al Signore. È la tendenza a peccare che ci trascina verso l’illusione dell’attaccamento materiale e ci porta a credere di essere il corpo. Finiamo allora col ragionare in termini di “io” e “mio”.

Devahuti chiese a Kapiladeva di liberarla dalla trappola della falsa identità e del falso senso di possesso, e nel fare la sua richiesta riconobbe in Lui il proprio maestro spirituale. Egli le spiegò quindi come risolvere tutte le problematiche nate dall’illusione. In sostanza, la vita materiale è attrazione sessuale: gli uomini cercano le donne e le donne cercano gli uomini. Questo fenomeno è riscontrabile non solo nella società umana, ma anche tra gli animali e perfino tra gli esseri celesti. Appena il maschio e la femmina si uniscono per appagare il desiderio, l’attrazione aumenta.

Nasce allora il bisogno di avere una casa e la necessità diguadagnare abbastanza per metter su famiglia. Senza figlia vita matrimoniale è vuota, ed è ovvio che i figli vanno educati. In questo modo restiamo intrappolati nella vita materiale creando tutta una serie di situazioni -casa, lavoro, moglie, figli, amici, reputazione e via dicendo- da cui verremo strappati all’istante della morte.

Saremo allora costretti a 1niz1are una nuova vita. Non è vero che la morte è la fine di tutto. Poiché siamo eterni, quando il nostro corpo muore dobbiamo assumerne un altro nell’ambito delle otto milioni e quattrocentomila specie di vita.

E mentre la nostra vita va avanti, noi continuiamo a pensare in termini di moglie, marito, figli e proprietà, senza renderci conto della nostra illusione. In ogni caso non ci sarà permesso di restare qui, e nonostante i nostri attaccamenti, tutto ci verrà tolto al momento della morte. Qualsiasi posizione occupiamo è temporanea . Possiamo mantenerla per cinque, dieci, cento o milioni di anni, ma è transitoria, mentre noi siamo eterni.

Perché dunque lasciarci illudere dall’effimero? Siamo per natura frammenti di Krishna, e Krishna è sac-cid-ananda, pieno di eterna gioia e conoscenza, ma per trascendere l’oscurità dell’esistenza materiale ed entrare nel mondo della luce abbiamo bisogno di avvicinare un maestro spirituale. Ecco perché Devahuti si rivolse a Kapiladeva.

Quando al mattino sorge il sole, le tenebre della notte si dissolvono immediatamente, così la discesa di Dio o di una Sua manifestazione dissolve l’oscurità della vita materiale. Il mondo intero è scosso da conflitti tra nazioni, società, comunità e famiglie, perché tutto gira intorno al concetto di “io” e “mio”. Le persone pensano, “Perché v’immischiate negli affari miei?”

Così nascono i diverbi e l’illusione non ci fa considerare transitorie queste situazioni. Sul treno c’è chi discute e litiga per un posto a sedere, ma chi sa di dover restare sul treno solo per un’ora o due pensa, “Perché litigare? Non resterò qui per molto.” Mentre una persona la pensa così, un’altra è pronta a discutere, convinta che il suo posto a sedere sia permanente. L’illusione fa dimenticare che tutto è transitorio.

A nessuno sarà concesso di restare in questo mondo, tutti dovremo cambiare corpo e posizione, e finché rimaniamo qui dovremo lottare per la sopravvivenza: questa è la legge della vita materiale. Possiamo fare qualche compromesso temporaneo, ma in ultima analisi il mondo è pieno di sofferenza.

Secondo ilsistema vedico la rinuncia è indispensabile, e superati i cinquant’anni si consiglia di lasciare la vita familiare.La natura ci avverte: “Hai più dicinquant’anni e hai lottato abbastanza in questo mondo, ora basta.” I bambini giocano sulla spiaggia e costruiscono castelli di sabbia, ma dopo un po’ arriva il padre e dice: “E’ tardi, lasciate tutto perché si torna a casa.” Questo è il dovere del guru: insegnare ai discepoli il distacco.

Quaggiù siamo in esilio; la nostra casa è Vaikunthaloka e Krishna viene a ricordarcelo. Il vero dharma, cioè la Sua istruzione, è: “Pensa sempre a Me, offriMi i tuoi omaggi e adoraMi.” (Bhagavad-gita 9.34) Krishna ci apre dunque la porta, ma noi non accogliamo il Suo invito. Egli dice ad Arjuna: “Poiché sei un caro amico, ti rivelo il dharma più confidenziale.” Quale? “Semplicemente abbandonati a Me.” Questo è il dharma insegnato da Dio ed è lo stesso che viene insegnato dai Suoi avatara e dai Suoi devoti.

Tutti rincorriamo la felicità, ma non sappiamo dove trovarla. La cerchiamo nel godimento dei sensi, ma non è questa la via. Per essere felici dobbiamo liberare i nostri sensi, ora prigionieri della materia, col metodo della purificazione. Passiamo da una falsa identificazione all’altra, ma faremmo bene ad accogliere l’insegnamento di Sri Chaitanya Mahaprabhu che dice: jivera ‘svarupa’ haya krishnera ‘nitya-dasa’, “Sei un eterno servitore di Krishna.”

Dopotutto, inostri sensi sono sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa. Se non serviamo la lussuria (kama). serviamo la collera (krodha), l’avidità (Lobha), l’invidia (matsarya), l’orgoglio (mada) e l’illusione (moha). Se fossimo padroni della lussuria e della collera, potremmo controllarle, invece siamo in ogni caso servitori. Sarebbe meglio quindi offrire il nostro servizio a Krishna. Questa è la perfezione della vita.

Situandoci sul piano trascendentale della bhakti, potremo conoscere Krishna, che resta inaccessibile attraverso la speculazione mentale. Egli dice chiaramente, bhaktya mam abhijanati: “Soltanto col servizio devozionale Mi si può comprendere.” Se quindi vogliamo conoscere Krishna così com’è, dobbiamo praticare la bhakti, ed è proprio questo metodo che Kapiladeva rivelerà a Devahuti.

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

verso 11 tam tva gataham sararnam saraniyam

sva-bhrtya-samsara-taroh kutharam

jijnasayaham prakrteh purusasya

namami sad -dharma-vidam varistham

Devahuti continuò: Mi abbandono ai Tuoi piedi di loto perché Tu sei l’unica Persona che può darmi rifugio, l’ascia potente che può abbattere l’albero dell’esistenza materiale. Offro dunque i miei omaggi a Te, sommo spiritualista, e Ti chiedo di parlarmi della relazione che intercorre tra l’uomo e la donna, e tra lo spirito e la materia.

La filosofia del sankhya tratta della prakriti e del purusha. Il termine purusha si riferisce sia a Dio, sia a coloro che cercano di emulare la Sua posizione di beneficiario supremo. Prakriti significa invece “natura”. Nel mondo materiale la natura è sfruttata dai purusha, gli esseri individuali.

Le complessità che in questo mondo caratterizzano il rapporto tra la prakriti e il purusha, cioè l’oggetto del piacere e chi ne gode, danno origine al samsara, l’incatenamento alla materia. Devahuti voleva abbattere l’albero dell’incatenamento materiale e trovò l’arma giusta in Kapila Muni. Quest’albero, descritto nel quindicesimo capitolo della Bhagavad -gita, è capovolto, con le radici che vanno verso l’alto e i rami verso il basso, e Krishna raccomanda di tagliarlo alla base con l’ascia del distacco.

L’attaccamento materiale è qualcosa che implica la presenza della prakriti e del purusha. Gli esseri condizionati cercano di dominare la natura (prakriti), e credendo che questa sia l’oggetto del loro piacere, assumono il ruolo di gaudenti e sono quindi chiamati purusha.

Devahuti si rivolse a Kapila Munì perché sapeva che soltanto Lui avrebbe potuto troncare il suo attaccamento alla materia. Le anime incarnate in corpi maschili e femminili cercano di godere dell’energia materiale, pertanto in un certo senso sono altrettanti purusha. Il termine purusha si riferisce infatti a chi gode, e il termine prakriti indica l’oggetto del godimento. In realtà, però, sia gli uomini che le donne sono prakriti e imitano l’unico vero purusha: Dio, la Persona Suprema, il Beneficiario trascendentale di ogni piacere.

Nella Bhagavad-gita la materia (prakrit1ì è definita energia inferiore e le anime individuali sono definite energia superiore. Benché siano anch’esse prakriti, oggetti di godimento, sotto l’incantesimo di maya tentano di assumere il ruolo di purusha.

Questa è la causa della loro vita condizionata (samsara-bandha). Devahuti voleva liberarsi dai condizionamenti e raggiungere la piena sottomissione al Signore, il Quale è saranya, l’unico degno d1 questa sottom1ss 1one perché dotato di ogni perfezione al massimo grado. Chi desidera seriamente la salvezza deve arrendersi a Colui che il verso definisce con l’espressione sad-dharma-vidam varistham, a indicare che l’eterno servizio d’amore a Dio è la pratica spirituale migliore.

Devahuti chiede la conoscenza spirituale

A volte la parola dharma viene tradotta con “religione”, ma non è questo il suo vero significato. Dharma significa “ciò che non può essere diviso da un oggetto”. Il calore del fuoco, per esempio, non è scindibile dal fuoco, quindi è il suo dharma, la sua natura. Analogamente, sad-dharma significa “funzione di eterno servizio d’amore a Dio” e non è scindibile dall’anima individuale. Lo scopo del sankhya di Kapiladeva è diffondere il servizio di devozione puro, perciò Egli è riconosciuto qui come la personalità più importante tra coloro che conoscono l’occupazione eterna di ogni essere.

Bhagavan, come già detto, è il vero rifugio di ogni creatura. Tutti cerchiamo un rifugio, perché siamo servitori per natura, e poiché in origine serviamo Dio, è naturale per noi prendere rifugio in Lui. Alcuni desiderano servire un grande personaggio, altri il governo, ma il rifugio supremo è Dio, e lo è anche Kapiladeva essendo un Suo avatara. Krishna ha forme e manifestazioni illimitate, che secondo lo Srimad-Bhagavatam si moltiplicano costantemente come le onde del mare.

In India ci sono migliaia di templi e in ognuno di essi risiede una Divinità, I’archa-vigraha, ma tutte queste forme di Krishna non sono diverse l’una dall’altra, sono Lui stesso. Krishna risiede a Vaikuntha e anche nel tempio; è inoltre il testimone presente nel nostro cuore e vede tutto ciò che facciamo. Non possiamo nasconderci, e senza il Suo permesso non possiamo fare nulla. Allora come mai ci permette di sbagliare? Perché noi persistiamo.

Krishna non ci consiglia altro che di abbandonarci a Lui; può dare il Suo assenso se insistiamo nel fare una certa cosa, ma i rischi sono tutti a carico nostro. Siamo dunque responsabili delle nostre scelte, nondimeno dobbiamo ricordare che senza la Sua approvazione non possiamo fare alcunché.

Questa è la realtà. Siamo per natura servitori. Possiamo anche proclamare la nostra indipendenza da Lui, ma è un inganno. Siamo esseri dipendenti che si dichiarano a torto indipendenti. Realizzazione spirituale significa comprendere che dipendiamo da Krishna.

A tal proposito Chaitanya Mahaprabhu afferma: “Mio Signore, sono il Tuo eterno servitore, ma in un modo o nell’altro sono caduto nell’ignoranza. Ti prego, salvami da quest’oceano di morte e poniMi come un granello di polvere ai Tuoi piedi di loto.” (Sikshastaka 5)

Abbiamo spiegato che nella Bhaga vad-gita (15.1-4) l’esistenza materiale è paragonata a un albero baniano (asvattha) con le radici volte verso l’alto e i rami verso il basso. Queste radici sono molto robuste, ma si possono recidere con un colpo d’ascia. Prendendo rifugio in Krishna, è facile troncare le radici dell’esistenza materiale.

Dopo aver abbandonato il Suo servizio, ci siamo incatenati all’obbligo di servire i genitori, il coniuge, i figli, lo Stato, e via dicendo; ci siamo indebitati perfino con i deva, che ci forniscono gli elementi necessari alla vita. Per esempio, anche se non paghiamo le bollette al sole, ne utilizziamo la luce e il calore. Ciò significa che abbiamo un debito con Vivasvan, il deva del sole, ma ne abbiamo uno anche con lndra, il re dei pianeti celesti, perché ci fornisce la pioggia.

I mascalzoni dicono che tutto si muove secondo natura, ma non sanno che la natura è soggetta a un controllo. Se non saldiamo i nostri debiti compiendo i sacrifici prescritti dai Veda per la nostra era, dovremo sicuramente affrontare una crisi delle risorse.

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Ogni cosa proviene dal Padre Supremo, ma noi crediamo che provenga dalla natura e la usiamo senza preoccuparcid1 pagare il conto. t giusto usare la proprietà del padre, ma ora ci stiamo comportando come figli di maya, non di Krishna.

Non c’importa di nostro Padre, ma poiché la natura agisce sotto la Sua direzione e non tollera che i ladri prosperino, ridurrà le forniture. La Bhagavad-gita (16.19} dichiara: “Gli invidiosi e i malvagi, i più degradati tra gli esseri umani, li getto per un tempo indefinito nell’oceano dell’esistenza materiale tra le varie specie inferiori.”

Le persone dalla mentalità demoniaca sono passibili di punizione. Grandi demoni, come Ravana e Hiranyakasipu, sono puniti direttamente dal Signore, mentre quelli più comuni sono penalizzati dalle leggi della natura. Il Supremo non scende personalmente per castigare qualche misero demone, ma quando gli asura sono del calibro di Ravana, Hiranyakasipu e Kamsa, li annienta manifestandoSi come Ramachandra, Narasimhadeva e Sri Krishna. Se non vogliamo essere puniti dobbiamo seguire le leggi di Dio (sad-dharma).

Dharmam tu sakshad bhagavat-pranitam. Queste leggi sono codificate nella Manu-samhita e in altre Scritture vediche. Aderendo alla legge degli uomini obbediamo al governo, e aderendo al dharma obbediamo a Dio.

Come non possiamo inventare le leggi dello Stato, non possiamo inventare il dharma, e chi cerca di farlo inganna la gente. I falsi dharma sono esclusi dalle pagine dello Srimad­ Bhagavatam, che li rifiuta. Sri Krishna stabilisce il vero dharma nella Bhagavad-gita (18.66): “Lascia ogni forma di occupazione e abbandonati a Me. Ti libererò da tutte le conseguenze del peccato, non temere.” Qualsiasi altro dharma è una truffa. Gli insegnamenti della Gita costituiscono l’abc del vero dharma e vanno seguiti. In realtà, si tratta solo di accettare il principio dell’abbandono a Knshna, ma questo traguardo si raggiunge dopo numerose vite.

Non è così facile: la perfezione e la sottomissione a Krishna si ottengono solo dopo vite e vite di pratica. Allora si comprende appieno che Vasudeva, Krishna, è tutto. Questa è la lezione più importante della Bhagavad-gita. Tutto ciò che vediamo e una manifestazione dell’energia di Krishna. Il sole, per esempio, emana luce e calore; analogamente, Krishna emana un’energia interna e una esterna. Possiede anche un’energia marginale, che però è una combinazione delle prime due.

L’energia interna è lo spirito, l’energia esterna è la materia, e l’energia marginale è l’essere vivente, così definito perché può stare sia nello spirito che nella materia. La Bhagavad-gita parla di due categorie di esseri marginali, ksara e aksara, presenti rispettivamente nel mondo materiale e nel mondo spirituale. Coloro che cadono quaggiù restano attratti dall’albero del samsara, il baniano dell’esistenza condizionata descritto nel quindicesimo capitolo della Gita.

È vitale per noi prendere le distanze da quest’albero. Tagliarlo è molto difficile, ma è possibile con l’arma del distacco. Recita un proverbio bengali: “Prenderò il pesce senza toccare l’acqua.” Questa è l’intelligenza di cui abbiamo bisogno.

Girando per il mondo abbiamo visto molti pensionati che passano 11 tempo pescando, ma siccome non sono molto prudenti si bagnano spesso. Noi invece dobbiamo servire Krishna senza lasciarci coinvolgere dalla materia. Così facendo, non proveremo più attrazione per le cose terrene. Abbiamo grandi templi, ma ne restiamo distaccati. Li costruiamo per servire Krishna e sappiamo che sono di Sua proprietà. La nostra missione consiste nell’insegnare alla gente che tutto è di Krishna.

Il Movimento per la coscienza di Krishna predica che ogni cosa appartiene a Dio e va usata al Suo servizio. Egli è il Beneficiario supremo, ed esserne consapevoli è nel nostro interesse. lshavasyam idam sarvam. Se comprendessimo che tutto appartiene a Krishna diventeremmo i più grandi mahatma. Essere mahatma non significa avere la barba lunga o indossare un abito particolare; ciò che conta è la coscienza. Dovremmo offrire a Krishna quello che abbiamo.

OffriamoGli ad esempio del buon cibo, e se non abbiamo nulla, offriamoGli una foglia, un fiore, un frutto o un po’ d’acqua, reperibili gratuitamente ovunque. Sri Krishna afferma nella Bhagavad-gita (9.26): “Se qualcuno Mi offre con amore e devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell’acqua, accetterò la sua offerta.” L’essenziale è offrire qualcosa a Krishna con devozione.

Dio non ha fame e non chiede di essere nutrito, semmai è Lui che nutre tutti e provvede al necessario. Allora che cosa ci chiede? Ci chiede la bhakti, la devozione, perché vorrebbe che Lo amassimo. Soffriamo incatenati all’albero dell’esistenza materiale, e spostarci da un ramo all’altro non fa che aumentare la nostra sofferenza.

Krishna non vuole vederci saltare su quest’albero come scimmie. Se soltanto Lo avvicinassimo e ci abbandonassimo a Lui, la nostra vita diventerebbe perfetta. Quando prendiamo rifugio in Krishna non abbiamo più alcun debito. Egli assicura nella Bhagavad-gita (18.66): “Ti solleverò da ogni obbligo.”

Questo è ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Devahuti si rifugia dunque in Kapiladeva dicendo: “Tu sei l’ascia capace di troncare ogni mio attaccamento.” Una volta che la nostra attrazione per il mondo materiale è recisa, siamo liberi, e il bhakti-yoga è la scienza che ci permette di sviluppare questo distacco.

Vairaghya-vidya-nija-bhakti-yoga scrisse il grande erudito Sarvabhauma Bhattacharya quando capì che Chaitanya Mahaprabhu era Dio: “Prendo rifugio nel Signore Supremo, Sn Knshna, disceso nel ruolo del Suo devoto, Sri Chaitanya, per insegnarci la vera conoscenza, il servizio devozionale e il distacco da tutto ciò che non favorisce la coscienza di Knshna. Ha scelto di venire tra noi perché è un oceano di compassione trascendentale. Miabbandono dunque ai Suoi piedi di loto.” (Chaitanya­ charitamrita, Madhya 6.254)

Progredendo nel bhakti-yoga, il distacco dalle attrazioni mondane si manifesta naturalmente. Molti nostri studenti americani ed europei, pur essendo nati in Paesi dove la possibilità di godimento è notevole, non provano più alcun interesse per i piaceri terreni. Il bhakti-yoga favorisce il distacco da questi piaceri e tale distacco è indice di avanzamento sulla via della bhakti. Bhaktih paresanubhavo viraktir anyatra ca (Srimad-Bhagavatam 11.2.42): la prova del nostro progresso nella bhakti è che non ci sentiamo più attratti dal godimento materiale.

Non possiamo crederci grandi spiritualisti e continuare a godere della materia. Nella Bhagavad -gita (5.22) si legge: “La persona intelligente evita il piacere generato dal contatto dei sensi coi loro oggetti, perché ha un inizio e una fine, ed è quindi fonte di sofferenza.

Bhaktivinoda Thakur dice che se cadiamo in mare, dovremo lottare duramente anche se siamo nuotatori esperti. Cosi, nel mondo non c’è pace nonostante la nostra capacità d’interagire con la materia. Non possiamo far altro che lottare costantemente. Quaggiù non ci è dato di vivere sereni. Anche se siamo non-violenti e non facciamo del male a nessuno, avremo comunque delle difficoltà, ma se in un modo o nell’altro riusciamo a raggiungere i piedi di loto di Krishna, saremo liberi e troveremo la pace.

Le designazioni religiose sono tutte asad-dharma, soggette a mutare in qualsiasi momento. Per cinquant’anni, sessanta o al massimo cento possiamo considerarci indù, musulmani o cristiani, ma poi dovremo nascere in un nuovo corpo e diventare qualcos’altro.

Qual è allora il vero dharma? è il sad-dharma, che non subisce cambiamenti, è eterno e prevede l’abbandono a 010. Sono in molti ad insegnarlo, ma il maestro migliore è il Signore Supremo, perché conosce la realtà delle cose. Isei Gosvami, discepoli diretti di Chaitanya Mahaprabhu, hanno contribuito enormemente con le loro opere all’espansione del sad-dharma e noi cerchiamo di seguire le loro orme diffondendo il vero dharma in tutto il mondo attraverso il Movimento per la coscienza di Krishna.

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